Secondo album per il rapper simbolo della protesta della case "bianche" di Milano
Il nome di Oscar White è salito agli onori della cronaca grazie alla sua partecipazione nel 2008 alla trasmissione Anno Zero in cui denunciava lo stato di abbandono e la presenza massiccia di amianto nelle case “bianche” nella zona sud-est di Milano. In quel momento lui divenne l’incarnazione di una protesta, di uno spirito di ribellione e disperazione collettivo che finalmente trovò voce. Da quel momento quella voce si è fatta sentire sempre di più e il nome della ODK si è sganciato dall’underground.
Gli anni sono passati e dopo il buon esordio di 24 tocchi, Oscar White torna con Nel gioco di Rubik. Un disco di 17 tracce che suona come il suo autore, duro e senza fronzoli e in cui si concede poco a sonorità estranee al genere. Certo le influenze dell’elettronica si fanno sentire ma non deviano l’ispirazione puramente street di Oscar White che nei testi cerca sempre di fissare i messaggi che vuol fare arrivare senza perdersi in virtuosi esperimenti di stile. C’è chi lo considera un limite e chi invece un pregio ma la forza di Nel gioco di Rubik sta proprio nella sua naturalezza old-school. Quando il beat e le rime si incastrano alla perfezione nascono perle come la titletrack Nel gioco di Rubik e i singoli Origino le origini e Su di giri; ma quando, invece, si cerca di uscire da quel seminato e cercare elaborazioni compositive come in A Bull Diary o Lettera ad un amico, il rap di White perde molta della sua efficacia e della sua spontaneità.Si distingue, invece, senza eccezioni il lavoro alle produzioni di Yazee e dello stesso Oscar White nonché il tocco magico in post produzione di The Night Skinny. Il sound del disco, seppur nella sua schematicità, è qualcosa di esaltante per gli amanti del genere e offre ad Oscar una tavolozza su cui costruire il racconto di se e, allo stesso tempo, battere una via per decifrare il Mondo di Rubik in cui si sa, per uscirne vincenti, ogni faccia deve avere il suo colore.